Democrazie autoritarie e capitalismo accelerazionista: il caso dell’India di Modi
Democrazie autoritarie e capitalismo accelerazionista: il caso dell’India di Modi

L’autoritarismo contemporaneo sta avanzando anche in Paesi che consideravamo solidi dal punto di vista democratico. Eppure, si parla ancora troppo poco della svolta politica in India, un Paese che ospita quasi un quinto della popolazione mondiale.
Eppure, quello che sta accadendo sotto il governo di Narendra Modi meriterebbe molta più attenzione. Non è in gioco soltanto il futuro della più popolosa democrazia del pianeta. È anche il sintomo di una trasformazione politica più ampia, che coinvolge numerosi Paesi e mette in discussione il rapporto tra democrazia, libertà, scienza e progresso.
La svolta autoritaria dell’India di Modi
L’India di Narendra Modi presenta una contraddizione sempre più evidente. Da una parte, cresce economicamente e investe nelle infrastrutture. Dall’altra, attraversa una regressione politica e ideologica preoccupante.
Il nazionalismo culturale indù promosso dal Bharatiya Janata Party (BJP) alimenta tensioni con le minoranze religiose. Questa politica mette sotto pressione la tradizione pluralista e laica del Paese.
Non si tratta soltanto di un’impressione. Freedom House, nel rapporto Freedom in the World 2026, classifica l’India come «parzialmente libera». Il rapporto segnala problemi relativi alle libertà civili, alle condizioni dei giornalisti e al trattamento degli oppositori politici. Anche il V-Dem Institute descrive il deterioramento delle istituzioni democratiche indiane come un processo graduale ma sistematico.
Un Paese può quindi crescere economicamente e costruire nuove infrastrutture, ma arretrare sul piano dei diritti. Lo sviluppo materiale, da solo, non garantisce il progresso democratico.
Un nuovo modello autoritario
Un nuovo modello autoritario?
Per molto tempo abbiamo immaginato che le principali democrazie occidentali potessero contrastare le derive autoritarie. Stati Uniti ed Europa avrebbero dovuto esercitare pressioni sui governi per difendere lo Stato di diritto.
Questa immagine, tuttavia, è sempre stata più idealizzata che reale. Gli Stati Uniti e i Paesi europei hanno spesso sostenuto governi autoritari quando lo richiedevano i loro interessi strategici ed economici.
Oggi il problema sembra assumere una dimensione ancora più evidente. Gli stessi Stati Uniti sono attraversati da profondi conflitti sulle istituzioni democratiche, sui limiti del potere esecutivo e sulla tutela dei diritti. Intanto, in diversi Paesi europei si rafforzano forze politiche che mettono in discussione alcuni principi delle democrazie costituzionali.
Il rischio è che la difesa dello Stato di diritto smetta di essere un principio condiviso. Potrebbe diventare soltanto una questione di convenienza politica.
In questo scenario, i governi che difendono le istituzioni e le libertà fondamentali rischiano di apparire deboli. Al contrario, chi propone soluzioni autoritarie, semplificazioni brutali e una maggiore concentrazione del potere può guadagnare visibilità e consenso.

Perché il fascismo non basta a descrivere il presente
Di fronte a questi fenomeni, viene spontaneo parlare di fascismo. È una categoria storica indispensabile, ma forse non basta a descrivere tutte le caratteristiche dei nuovi autoritarismi.
Le analogie con il fascismo, il nazismo e lo stalinismo aiutano a comprendere alcuni meccanismi. Tra questi troviamo la concentrazione del potere, la repressione del dissenso, il nazionalismo e la costruzione di nemici interni. A questi si aggiungono gli attacchi al pluralismo e alle libertà individuali.
Esistono però anche differenze importanti. I regimi totalitari del Novecento perseguivano, almeno nella propria propaganda, un progetto complessivo di trasformazione della società. Erano ideali oppressivi e distruttivi, portati avanti anche attraverso violenze di massa. Eppure, quei regimi dichiaravano di voler costruire un determinato modello di futuro.
Alcune nuove forme di autoritarismo sembrano invece combinare nazionalismo identitario, concentrazione della ricchezza e indebolimento delle istituzioni. A ciò si aggiunge il disprezzo per i vincoli che potrebbero limitare gli interessi economici di pochi.
Per descrivere questa combinazione potrebbe essere utile elaborare nuove categorie interpretative. Gli strumenti della storia restano comunque indispensabili.
Una possibile chiave di lettura è il capitalismo accelerazionista. Si tratta di un insieme eterogeneo di idee che, in alcune varianti radicali, invita ad accelerare le trasformazioni e le contraddizioni del sistema esistente. Le conseguenze possono includere la destabilizzazione delle istituzioni e delle strutture sociali.
Non tutti i governi autoritari possono essere ricondotti a questa corrente filosofica. Il concetto permette però di porre una domanda importante: cosa succede quando la distruzione dei limiti politici e sociali viene presentata come progresso, mentre i suoi costi ricadono sulla maggioranza della popolazione?
L’odio per la scienza e l’esaltazione dell’ignoranza
Un’altra caratteristica da analizzare è il rapporto con la conoscenza scientifica.
I regimi del Novecento avevano spesso un rapporto strumentale con la scienza. Potevano censurare teorie, perseguitare ricercatori e piegare la ricerca alle proprie esigenze ideologiche. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che rispettassero sempre la libertà scientifica.
Eppure, molti di quei regimi attribuivano grande importanza all’istruzione tecnica e alla formazione degli ingegneri. Investivano nella ricerca industriale e nella capacità dello Stato di mobilitare competenze scientifiche. L’Unione Sovietica, per esempio, dedicò enormi risorse alla formazione tecnico-scientifica, pur sottoponendola a pesanti controlli ideologici.
Anche il fascismo italiano promosse campagne di sanità pubblica e di prevenzione delle malattie infettive. Questo non cancella le responsabilità del regime. Non significa nemmeno che le sue politiche sanitarie fossero sempre efficaci o guidate esclusivamente da criteri scientifici.
Il confronto mette in luce una contraddizione del presente. In alcuni ambienti politici, il rifiuto delle competenze scientifiche è diventato un segnale di appartenenza identitaria.
Dati verificabili, risultati della ricerca e valutazioni degli esperti vengono liquidati come espressioni di un’élite ostile. Nel frattempo, opinioni personali e affermazioni prive di prove vengono presentate come alternative equivalenti.
La scienza, invece, non è una fede né un’opinione politica. È un metodo di indagine basato su prove, verifiche, correzioni e confronto con i risultati.
Quando la competenza viene trattata come un difetto e l’ignoranza come una forma di autenticità, le conseguenze vanno ben oltre la ricerca scientifica. A essere indebolita è la capacità stessa di una società di affrontare problemi complessi.
La crisi dell’idea di progresso
C’è poi una questione ancora più profonda: la capacità di immaginare il futuro.
Il comunismo sovietico prometteva il «sol dell’avvenire». Il fascismo presentava grandi opere pubbliche, bonifiche, strade e città come simboli della propria idea di modernizzazione. Queste promesse erano intrecciate alla propaganda, alla repressione e a progetti sociali disumani. Esprimevano comunque una concezione dichiarata del futuro.
Oggi, invece, una parte del dibattito politico sembra dominata dall’immediatezza. Conta conquistare consenso, individuare un nemico, alimentare il conflitto e ottenere vantaggi economici nel breve periodo.
La spinta apocalittica che attraversa alcune correnti contemporanee è, in questo senso, l’opposto del progresso. Non mira necessariamente a costruire una società migliore. Può trasformare la crisi permanente in una condizione da sfruttare, accelerando la distruzione dei vincoli sociali, politici e ambientali.
Il paradosso è che questa dinamica può presentarsi come innovazione, libertà e modernizzazione. Nel frattempo, restano irrisolte questioni decisive per le prossime generazioni. Tra queste ci sono le disuguaglianze, la transizione energetica, il cambiamento climatico, l’istruzione e la tenuta delle istituzioni democratiche.
Il potere dei leader e il futuro delle prossime generazioni
Un altro elemento da considerare è l’orizzonte temporale della politica.
Molti leader contemporanei sono figure di lunga esperienza, abituate a esercitare il potere in un mondo attraversato da cambiamenti tecnologici, economici e demografici profondi. Non sarebbe però corretto attribuire loro, sulla base dell’età, una presunta indifferenza verso il futuro.
La questione è soprattutto istituzionale: quali incentivi spingono un governo a investire nel lungo periodo, quando il consenso viene misurato soprattutto nel breve termine?
Se la priorità diventa conservare il potere, gli investimenti in istruzione, ricerca, prevenzione sanitaria e transizione energetica rischiano di perdere terreno. A prevalere possono essere le misure capaci di produrre vantaggi immediati o ritorni politici più visibili.
Il problema non riguarda soltanto chi governa oggi. Riguarda anche il futuro che le decisioni del presente contribuiranno a costruire, oppure a compromettere.
L’India di Modi tra sviluppo economico e regressione politica

L’India rappresenta un caso particolarmente interessante perché tiene insieme queste due tendenze.
Da un lato, il Paese continua a investire nello sviluppo economico e infrastrutturale. Dall’altro, le politiche identitarie e le pressioni sulle libertà civili alimentano interrogativi sulla direzione della sua democrazia.
Questa contraddizione impedisce di ridurre tutto a una semplice opposizione tra Paesi moderni e Paesi arretrati. La modernizzazione economica non produce automaticamente pluralismo, tolleranza o rispetto dei diritti.
È possibile costruire nuove infrastrutture e, contemporaneamente, indebolire le istituzioni che dovrebbero garantire libertà e uguaglianza. Allo stesso modo, si può promuovere l’innovazione tecnologica e alimentare una cultura politica ostile al confronto con le prove e le competenze.
È proprio questa combinazione a rendere necessario un lessico più preciso per comprendere i cambiamenti in corso.
Come definire i nuovi autoritarismi?
Forse non abbiamo ancora una categoria unica capace di descrivere tutte le trasformazioni politiche contemporanee. Probabilmente non ne avremo una sola. Nazionalismo religioso, populismo autoritario, capitalismo oligarchico e accelerazionismo possono sovrapporsi, ma non sono sinonimi.
L’India di Modi, la Cina, la Russia e gli Stati Uniti presentano sistemi politici e dinamiche istituzionali differenti. Metterli sullo stesso piano significherebbe cancellare differenze importanti, invece di aiutarci a comprenderle.
La domanda, quindi, non è soltanto se un determinato governo sia «fascista». Dobbiamo anche capire quali istituzioni indebolisce, quali gruppi marginalizza e quale rapporto stabilisce con la scienza. È altrettanto importante chiedersi quali interessi economici favorisce e quale idea di futuro propone.
Il rischio più grande è che il regresso venga presentato come progresso. La distruzione delle garanzie collettive potrebbe così essere venduta come libertà individuale.
Se vogliamo difendere la democrazia, dobbiamo riconoscere queste trasformazioni prima che diventino irreversibili. Per farlo, non possiamo rinunciare alla precisione storica, alla conoscenza scientifica e alla capacità di immaginare un futuro diverso dal presente.
