Cultura patriarcale, incel e femminicidio: il problema dei ruoli di genere

Cultura patriarcale, incel e femminicidio: il problema dei ruoli di genere
Ma voi avete mai fatto un giro tra i blog, i forum e le pagine degli incel?
È un mondo che merita di essere osservato non per assecondarne le ossessioni, ma per capire cosa racconta della nostra società, dell’insicurezza maschile e del modo in cui uomini e donne vengono educati a vivere le relazioni.
Perché il problema degli incel non è semplicemente l’aspetto fisico, il denaro o la difficoltà nel trovare una relazione. Il problema è spesso molto più profondo: la trasformazione della frustrazione in risentimento e del risentimento in una visione del mondo.
Il problema degli incel non è la bellezza
Agli incel vorrei dire una cosa molto semplice: spesso il problema non è essere brutti, poveri o poco attraenti.
E, comunque, sul concetto di “bruttezza” ci sarebbe molto da discutere. Ci sono persone che si trascurano, che non curano il proprio aspetto, il proprio modo di vestirsi o di relazionarsi con gli altri. Ma anche questo, naturalmente, non spiega tutto.
Il punto è un altro.
Vi fareste mai attrarre da una persona che si lamenta continuamente, che vive ogni relazione come una competizione e che vi considera responsabili in anticipo del fatto che non gli/le concediate immediatamente quello che desidera?
Una persona che, prima ancora di conoscervi, vi accusa di preferire “i cattivi ragazzi” o “le cattive ragazze”?
A chi possono piacere paranoia, risentimento e passivo-aggressività?
Salvo particolari preferenze personali, probabilmente a pochissime persone.
Il primo problema di molti incel è quindi l’insicurezza. Il secondo è che, in alcuni casi, questa insicurezza viene trasformata in aggressività e risentimento verso le donne.
Smettere di considerare le persone come prodotti
Io ho avuto e ho tanti problemi nella vita, ma non ho mai vissuto le relazioni come una gara nella quale dovevo dimostrare di essere abbastanza alto, ricco, bello o fisicato.
E questo mi porta a una considerazione che vorrei rivolgere soprattutto agli uomini che vivono il rapporto con le donne attraverso queste categorie: smettetela di considerare le altre persone come prodotti da conquistare o consumare.
“Eh, ma ci sono ragazze a cui piacciono davvero gli uomini superdotati, belli e ricchi e che non guardano altro.”
Certo che ci sono.
Ma questo significa che saranno loro a scegliere chi vogliono frequentare, esattamente come voi siete liberi di scegliere chi volete frequentare.
Se non volete essere trattati come prodotti, smettete per primi di trattare gli altri esseri umani come prodotti.
La questione non è diventare l’uomo che piace a tutte. Non esiste.
La questione è imparare a stare in relazione con un’altra persona senza trasformare il rifiuto in un’umiliazione e senza trasformare la propria insicurezza in odio verso chi non ci desidera.
L’insicurezza degli uomini e delle donne
Ed è qui che il discorso sugli incel diventa, secondo me, un discorso molto più ampio sulla nostra società.
Gli uomini e le donne vengono ancora educati all’interno di ruoli di genere molto rigidi.
Molte donne crescono confrontandosi con aspettative legate all’aspetto fisico, alla desiderabilità, alla capacità di essere compagne e madri e alla necessità di ricevere una forma di validazione.
Molti uomini, allo stesso tempo, vengono educati a dimostrare forza, successo, sicurezza, capacità economica e una posizione sociale riconosciuta dagli altri uomini.
Sono due facce dello stesso problema.
Quando un uomo sente di non essere abbastanza “uomo”, può vivere il proprio fallimento come una perdita di valore personale. Quando una donna viene giudicata principalmente sulla base della propria desiderabilità o della capacità di corrispondere a determinati modelli femminili, anche la sua libertà viene limitata.
La cultura patriarcale non danneggia soltanto le donne: impone agli uomini modelli di mascolinità che possono essere altrettanto distruttivi.
Perché una donna al potere deve spesso sembrare “più uomo”?
Un aspetto particolarmente evidente riguarda il rapporto tra donne, potere e autorevolezza.
Vi siete mai chiesti perché una donna che vuole esercitare il potere venga spesso spinta ad aderire a caratteristiche tradizionalmente considerate maschili?
Voce più profonda, abiti più sobri, giacche larghe, atteggiamento duro, aggressività, spacconeria.
E perché una donna che si trucca, indossa i tacchi o cura particolarmente il proprio aspetto venga talvolta considerata meno seria, meno competente o meno adatta a ricoprire ruoli di responsabilità?
Non credo siano coincidenze.
Pensiamo anche al modo in cui vengono raccontate alcune donne della politica.
Personalmente non apprezzo Daniela Santanchè, ma questo non significa che ritenga automaticamente più competente o più meritevole di critica una persona che adotta un’immagine più tradizionalmente maschile.
Eppure il linguaggio utilizzato nei confronti di alcune donne politiche può essere radicalmente diverso: una viene descritta come “gallina”, “bambola di plastica” o superficiale, mentre un’altra viene trasformata nell’immagine della donna forte, dell'”underdog”, della leader capace di imporsi.
È interessante osservare anche il successo di alcune leader della destra radicale europea, come Alice Weidel e Marine Le Pen, oltre a Giorgia Meloni.
Non significa che esista un unico modello estetico o politico per le donne di destra. Significa però che l’accesso femminile al potere continua a confrontarsi con aspettative profondamente legate ai codici tradizionali dell’autorità maschile.
Il problema non è che una donna assuma caratteristiche considerate tradizionalmente maschili. Il problema nasce quando queste caratteristiche diventano una condizione implicita per essere riconosciuta come autorevole.
La donna può essere femminile, ma non troppo potente
Il paradosso della cultura patriarcale è proprio questo.
Una donna può essere incoraggiata a truccarsi, vestirsi in modo elegante e apparire femminile, purché questo non metta in discussione i rapporti di potere.
Quando però quella stessa donna conquista autonomia, autorevolezza e potere, gli stessi elementi possono diventare motivo per considerarla frivola, stupida o inaffidabile.
Il potere viene più facilmente riconosciuto a un uomo oppure a una donna che, almeno simbolicamente, assume alcuni codici tradizionalmente associati alla mascolinità.
E questo riguarda anche la politica.
La cultura patriarcale non è una “cavolata woke”
Non venitemi a dire che parlare di cultura patriarcale significa automaticamente essere “woke”.
Io sono convinto che una parte dell’estremismo social angloamericano che ha influenzato il dibattito pubblico negli ultimi anni sia ridicolo, dannoso e spesso controproducente.
Ma criticare determinati eccessi non significa dover cancellare ogni riflessione sulle radici culturali dei fenomeni sociali.
Il patriarcato non è una parola magica con cui spiegare qualsiasi cosa. È però impossibile negare che i ruoli di genere, le aspettative sociali e i rapporti di potere tra uomini e donne abbiano radici culturali profonde.
E ignorarle non aiuta a capire la realtà.
Anche la coppia può diventare una gabbia
Guardate le coppie uomo-donna “medie”.
Non parlo soltanto degli eccessi che vediamo nei programmi televisivi come Temptation Island. Parlo delle coppie comuni, di ogni età, che incontriamo ogni giorno.
Quante persone hanno realmente imparato a stare in una relazione?
E quante sanno comunicare senza trasformare ogni conflitto in una guerra?
Molte, invece, sono ancora prigioniere di ruoli che prevedono che l’uomo debba comandare, proteggere, guadagnare e non mostrare debolezza, mentre la donna debba occuparsi della relazione, della famiglia e della dimensione emotiva?
Una relazione non dovrebbe essere una recita nella quale due persone interpretano ruoli assegnati dalla società.
Dovrebbe essere uno spazio nel quale due individui possono costruire insieme un rapporto basato su rispetto, autonomia, reciprocità e responsabilità.
Dal patriarcato al femminicidio
Ed è proprio qui che il discorso diventa più serio.
Come può il femminicidio non trovare terreno fertile in una società nella quale esistono ancora ruoli di genere così rigidi?
Naturalmente non significa sostenere che ogni uomo cresciuto in una cultura patriarcale sia destinato alla violenza. Sarebbe una semplificazione assurda.
Significa riconoscere che la violenza contro le donne non nasce nel vuoto.
Possesso, controllo, gelosia, svalutazione, incapacità di accettare il rifiuto e convinzione che una relazione attribuisca diritti sul corpo o sulla vita dell’altra persona possono trovare terreno fertile in una cultura che per secoli ha costruito rapporti asimmetrici tra uomini e donne.
Per questo parlare di cultura patriarcale non significa accusare indistintamente tutti gli uomini.
Significa interrogarsi sulle condizioni culturali e sociali che rendono possibili determinati comportamenti.
La violenza contro le donne e il modo in cui la raccontiamo
C’è poi un altro problema: il modo in cui la società e i mezzi di informazione raccontano la violenza contro le donne.
Troppo spesso il femminicidio diventa un caso mediatico soltanto quando la vittima possiede determinate caratteristiche: una giovane studentessa, una donna incinta, una storia particolarmente drammatica o un caso capace di attirare l’attenzione del pubblico.
Altre vittime ricevono molta meno attenzione.
Ma la vita di una donna non vale di più perché la sua storia è più “vendibile”.
La violenza contro le donne non dovrebbe diventare un fenomeno mediatico intermittente, legato al caso del momento. Dovrebbe essere affrontata come un problema sociale strutturale.
Anche la politica e le istituzioni fanno parte del problema
In questo contesto trovo significativo anche il modo in cui vengono affrontate le politiche sulla violenza di genere.
Abbiamo esponenti delle istituzioni che propongono alle donne soluzioni che sembrano ridurre il problema a una questione di protezione individuale, invece di interrogarsi sulle cause profonde della violenza.
Abbiamo dibattiti politici nei quali magistrati, avvocati, forze dell’ordine e istituzioni vengono giudicati principalmente attraverso contrapposizioni ideologiche.
E abbiamo una discussione pubblica nella quale, da una parte, si minimizza il problema del patriarcato e, dall’altra, si pretende di spiegare ogni fenomeno sociale esclusivamente attraverso di esso.
La realtà è più complessa.
Ma proprio per questo dobbiamo avere il coraggio di parlarne.
Una società diversa passa anche dalle relazioni
Il problema, quindi, non sono soltanto gli incel.
Non si tratta soltanto degli uomini violenti, né delle donne che accettano determinati stereotipi.
Anche i social network fanno parte del problema, ma non ne rappresentano l’unica causa.
È un sistema culturale nel quale uomini e donne possono essere educati a cercare continuamente la propria validazione attraverso gli altri…
È un sistema culturale nel quale uomini e donne possono essere educati a cercare continuamente la propria validazione attraverso gli altri e a interpretare le relazioni secondo ruoli di genere rigidi e spesso incompatibili con una società realmente paritaria.
Gli incel rappresentano una delle forme più estreme di questo problema: uomini che trasformano la propria insicurezza e la propria frustrazione in una teoria secondo cui le donne sarebbero responsabili della loro infelicità.
Ma non sono un fenomeno completamente separato dal resto della società.
Sono, in una forma esasperata e patologica, anche il prodotto di una cultura che insegna ancora agli uomini che il loro valore dipende dal successo, dal dominio, dalla prestanza e dalla capacità di ottenere la validazione degli altri.
E allora sì: il patriarcato esiste.
Ma non basta pronunciare questa parola.
Dobbiamo capire come si manifesta nelle relazioni, nella politica, nel lavoro, nell’educazione, nella rappresentazione delle donne e anche nelle aspettative che imponiamo agli uomini.
Perché se vogliamo davvero ridurre la violenza e costruire una società più libera, non possiamo limitarci a intervenire quando la violenza è già esplosa.
Dobbiamo cominciare molto prima: dal modo in cui insegniamo agli uomini e alle donne a stare insieme.
